Perché evitiamo gli errori a tutti i costi?

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Quante volte ci ripetiamo che l’errore è un’occasione di apprendimento e che per questo non dobbiamo temerlo ma affrontarlo con coraggio per tirarne fuori ciò che ha da insegnarci? Quante volte è stato detto che lo sbaglio è lo spazio dello sviluppo, della crescita e che le organizzazioni devono osare l’errore per innovare

L’errore è la strada della crescita. D’altronde il bambino prima di imparare a stare in piedi, cade innumerevoli volte, oscilla e perde l’equilibrio. In questa strada tortuosa per conoscere la forza di gravità, il bambino allena i propri muscoli che, giorno per giorno, diventano sempre più forti e che, alla fine, gli permetteranno di stare in posizione eretta. Questo processo non è semplice, è faticoso ma i momenti di delusione e sconforto verranno ricompensati dall’entusiasmo per i risultati raggiunti. E alla fine, una volta in piedi, il bambino vedrà il mondo da un’altra prospettiva e sarà travolto da un’energia ed un’eccitazione inaspettata.

La spinta verso il cambiamento e la crescita, e la possibilità dell’errore, è un desiderio innato in noi. Allora perché questo istinto da grandi viene meno? Perché, anche quando capiamo che l’errore può essere una fonte preziosa per la nostra crescita, non riusciamo accoglierlo a braccia aperte?

Le conseguenze delle nostre azioni

TERESA CAPASSO Gallo (2015)
Stampa digitale, 150 x 150 cm.

Quando si parla di errori nel contesto organizzativo per prima cosa bisogna dire che ce ne sono di diversi tipi. Alcuni sono piccole imperfezioni, visibili soltanto a chi è coinvolto in prima persona. Altri, invece, sono così fatali da far crollare società e far cadere imprese: a causa loro le persone perdono il lavoro e le famiglie si trovano in difficoltà, i team si sgretolano e i singoli perdono la motivazione e l’ingaggio in relazione alla propria professione.

Il fattore principale che rende così difficile la nostra relazione con gli sbagli sono le emozioni collegate ad essi. E qui si dischiude il vaso di Pandora: parlare di emozioni connesse agli errori non è semplice. Queste, infatti, sono numerose e tutt’altro che piacevoli. 

Quindi quali sono?

Primeggia tra le emozioni di questo genere la delusione. L’etimologia della parola delusione viene dalla parola latina de-ludere, prendersi gioco dove la parola “ludus” sta per gioco e inganno da qui il senso di ingannare le aspettative. La delusione è quindi la sensazione amara che prova colui che si accorge che la realtà non corrisponde alle proprie aspettative. La delusione si annida le persone e le mangia da dentro. Spesso toglie l’attenzione dal fare quotidiano, influenza negativamente aspetti anche non correlati al fatto reale. Provare delusione nei confronti di noi stessi, nei confronti degli altri, nei confronti degli eventi accaduti.

Spesso la delusione è accompagnata da un senso di rimorso o di rammarico. Nel primo caso, rimuginiamo su una cosa che abbiamo fatto: un comportamento che si è dimostrato disfunzionale, ad esempio quando pensiamo “Se non avessi fatto …, allora non sarebbe successo…”; mentre nel secondo caso, ci pentiamo del fatto di non aver agito di fronte a qualcosa e ci diciamo “Se avessi fatto…, allora adesso non saremmo messi così…”. Entrambe le emozioni sono legate a un nostro comportamento che, se potessimo tornare indietro nel tempo e sapendone le conseguenze, non ripeteremmo.

Come ciliegina sulla la torta abbiamo poi il senso di colpa, un’emozione su cui noi europei siamo anche culturalmente molto allenati da secoli. Dare la colpa a qualcuno, anzi cercare anche collettivamente il capro espiatorio quando le cose non vanno bene è una tipica disfunzionalità organizzativa. Nessuno vuole assumersi la responsabilità degli eventi, e, in questa caccia alla strega contemporanea, si perde completamente l’analisi sui fattori che hanno portato a un esito indesiderato. 

Delusione, rimorso, rammarico e il senso di colpa si posizionano tutti e tre in uno spazio temporale “post”, successivo all’azione e quando l’evento è già accaduto. 

GABRIELE DI MATTEO New Chapters II-XXX after Haris Epaminonda (20015-2016)
Tavolo, immagini ritagliate da catalogo su tela, dimensioni varie (completo: approssimativamente 0,80 x 40 x 0,80 m).
Foto: Antonio Maniscalco.

ANJA PUNTARI Nokia Lumia 720 (2012) Stampa digitale su dibond.
Edizione 1/5+2AP, 38 x 58 cm.

I veri driver delle organizzazioni sono le emozioni “pre”, quelle che ci guidano con maestria nell’agire o non agire preventivamente. Queste sono le emozioni che si accendono solo al pensiero di “cosa potrebbe accadere se…” oppure “Quali sono le conseguenze di…” Nulla è ancora successo, siamo nel nostro dialogo interno, ma già vittime delle emozioni che, la maggior parte delle volte, ci inibiscono ad agire. Tra le emozioni di questo genere, le più potenti connesse al concetto dell’errore sono la paura e la vergogna.

A questo punto ricordiamoci che tutte le emozioni che sentiamo sono portatori di messaggi preziosi: l’emozione della paura, poco piacevole, ha il potente compito di salvaguardarci dal fare qualcosa di cui ci pentiremo più tardi. La paura diventa disfunzionale quando ci rende avversi a qualsiasi novità perché terrorizzati dal rischio. Infatti il nostro dizionario delle emozioni flowknow® definisce la paura come: stato emotivo di apprensione e timore in prossimità di un vero o presunto pericolo. La paura si declina in varie sfumature emotive di stati di incertezza e tensione ai veri momenti di ansia e terrore.

La vergogna invece è un’emozione diversa da tutte le emozioni nominate finora, poiché è l’unica emozione puramente relazionale. Noi proviamo vergogna quando pensiamo di aver fatto qualcosa contro i valori comportamentali del nostro contesto sociale. Questa emozione nasce dal sentirsi giudicati, quando ci domandiamo “Chissà cosa ne pensano gli altri…?”. Spesso questo giudizio è di carattere morale o valoriale e non un giudizio con implicazioni legali tant’è vero che contesti sociali diversi causano vergogna per azioni e fatti diversi. In un posto di lavoro e contesto culturale può essere oggetto di vanto lavorare fino a tardi, mentre in un’altro un segno di incompetenza. Il timore del giudizio, o meglio la voglia di evitarlo, pilota le nostre azioni e comportamenti senza esserne necessariamente consapevoli.

AXEL STRASCHNOY (in collaborazione con ricercatori e ingeneri del CMU Robotics Institute della Carnegie Mellon University) The New Artist (2008-presente)
Due robots, documentazione.

Le leve manageriali per gestire le emozioni
in relazione agli errori

Dunque se veramente pensiamo che l’errore sia un’occasione per la crescita cosa possiamo fare per farne una vera leva di sviluppo

In primis, coltivare un clima organizzativo dove si incita alla sperimentazione.
Ciò avviene se aiutiamo le nostre risorse a capire dove è adeguato sperimentare e provare alternative sconosciute, quali invece sono gli ambiti da presidiare con estrema cura. Tutto ciò succede se come manager comunichiamo questo nostro intento apertamente.

In secondo luogo, serve comprendere il ruolo che le emozioni sfidanti giocano in relazione ai comportamenti delle persone e come possiamo agire su di essi. In questo senso sono utili domande come: “Come gestiamo le emozioni come la delusione o la vergogna sia a livello individuale che collettivo?” “Che sostegno posso, io manager, dare alle mie persone per aiutare loro ad affrontare stati di paura che bloccano la sperimentazione?” “Come gestisco la tensione e gli stati di ansia che emergono all’interno del mio team?”

È nella consapevolezza che si nasconde la chiave manageriale per aprire la porta verso una dimensione organizzativa e lavorativa propensa alla sperimentazione e, di conseguenza, anche verso il permesso di compiere degli errori e sbagli. Questa consapevolezza è una skill manageriale fondamentale. Solo riconoscendo il potere che le emozioni hanno su di noi, possiamo guidarle e trasformarle in stati emotivi utili per il fare comune.

Quindi, l’affermazione “sbagliando si impara” ha valore solo se siamo pronti a prenderci il rischio di provare quelle emozioni spiacevoli correlate agli errori.. Managerialmente vuol dire saper gestire sia il proprio che il vissuto emotivo altrui in maniera costruttiva. Delusione, rammarico e rimorso, da una parte, e vergogna e paura, dall’altra, sono emozioni struggenti, in grado di non farci dormire la notte. In un mondo già complesso, tendiamo verso la serenità e la tranquillità emotiva a discapito della possibilità della crescita. Solo mettendoci in gioco e accettando la possibilità del turbamento, possiamo crescere tramite gli errori. Non temendo di essere afflitti da queste emozioni ma piuttosto accogliendole e imparando a conoscerci e gestirci in esse, possiamo essere ricompensati da una maggiore consapevolezza: sperimentando il nuovo e essendo pronti ad accettare l’errore e le sue conseguenze che si può progredire verso il progresso.

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