Vergogna (collettiva)!

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Siamo in Finlandia, nella sede di Helsinki di Deloitte. La stagista del reparto Marketing viaggia su e giù in ascensore: sale e scende per ore senza mai uscire. Quando le chiedono che cosa faccia, risponde che il movimento l’aiuta a pensare meglio. Una telecamera nascosta mostra le facce stranite delle persone che entrano in cabina con lei. Poco alla volta, i dipendenti, sempre più imbarazzati, cominciano a contattare il management chiedendo di farla smettere. Alcune persone addirittura prendono le scale per evitare il clima emotivo presente nell’ascensore che crea loro difficoltà. 

La scena si ripete per più giorni di fila. Oltre a ‘viaggiare’, la stagista passa giorni seduta alla sua scrivania a fissare il vuoto oppure a riflettere su qualcosa di poco chiaro. Quando i colleghi le chiedono che cosa stia facendo, lei risponde: «Sto pensando». Le chiedono se vuole un computer con cui lavorare. Lei risponde che non le serve, perché prima deve capire una serie di cose. Gli altri si allontanano increduli e, di nuovo, chiaramente imbarazzati.

Quello che non sanno, è che involontariamente hanno fatto parte di un intervento artistico concordato con il management dell’azienda. La stagista in realtà è l’artista contemporanea Pilvi Takala, una performer che lavora con il concetto di rendere esplicite e percepibili norme e regole non scritte in contesti sociali di vario tipo. Per due mesi si è finta stagista: ogni giorno è andata al lavoro mettendo in pratica comportamenti che gli altri percepivano come ‘strani’, di certo estranei a quel luogo e quindi poco appropriati.

La stagista dichiarava di essere occupata a pensare. Star seduta alla scrivania senza computer, guardando nel vuoto o in piedi in ascensore l’aiutava a pensare meglio. Questo tipo di approccio, in un’azienda dove la pressure per portare i risultati ‘subito e non dopo’, viene accolto male. 

Nella presentazione di Trainee, questo il titolo dell’opera (nella video Takala in ascensore), l’artista sostiene che se lei fosse stata tutta la giornata davanti a un computer su Facebook avrebbe potuto suscitare l’irritazione in alcuni, ma la maggior parte non l’avrebbe invece notata. Mette così in evidenza come la mentalità ‘da catena di montaggio’ condizioni ancora oggi il nostro modo di rapportarci al lavoro. La comprensione dei processi complessi della mente e della creatività nel lavoro di una knowledge worker non sono presi in considerazione. L’opera di Takala si interroga sul dove e il come realmente operi il lavoro di un knowledge worker. Ma nella sua operazione c’è anche altro. Il comportamento dell’artista-stagista crea dubbi, fastidio e incredulità, perché svela un ‘fare’ che non corrisponde alle norme adeguate di comportamento del contesto. E, soprattutto, dà vita a un’emozione che non vogliamo sentire; l’imbarazzo o, in alcuni casi, la vergogna. Ma che cos’è la vergogna? È un’emozione che esprime turbamento d’animo e uno stato di disagio conseguente all’aver commesso, o al commettere, un’azione percepita come sbagliata o disonorevole.

Nel mio Paese, la Finlandia, abbiamo un termine interessante a proposito e che in italiano non esiste: “myötähäpeä”, che tradurrei con un inglesismo chiamato “co-vergogna”. È una versione allargata e ‘socializzata’ dell’emozione adibita di compassione per l’altro per il prossimo. È quando mi vergogno per l’altro, per quello che fa, per come si comporta. Negli ultimi anni per definire questo concetto è diventato virale in Rete, anche in Italia, l’utilizzo della parola “cringe”.

Come tutte le emozioni, la co-vergogna è schifosamente contagiosa. È ciò che, per esempio, il pubblico sente quando un ballerino perde l’equilibrio sul palco: insieme con lo spavento, in un nanosecondo la vergogna passa dal ballerino al pubblico. Se il ballerino è bravo, il prossimo salto andrà meglio e se il pubblico è clemente, a questo punto gli applausi scrosceranno. Il pubblico si trasforma in ‘tifoseria’. È un modo per darsi coraggio: «Ce l’ha fatta il ragazzo! Meno male…». Infatti è nell’interesse del pubblico che il ballerino riesca nell’impresa. Vuole vedere lo show eccezionale e, soprattutto, non vuole sentire l’imbarazzo. Figuriamoci la vergogna!

[Articolo presente in “Persone&Conoscenze”, Rivista ESTE, n.138]

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