Un cocktail di vuoto, gioia e tristezza!

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Gli stimolanti quadri dell’artista finlandese Marita Liulia ci salutano dalle pareti del Didrichsen Art Museum a Helsinki. Marita Liulia è una delle artiste contemporanee più conosciute in Finlandia, con una carriera di 40 anni alle spalle. È un’artista interdisciplinare, con una doppia laurea: Arte visiva ed Etnografia.

La mostra presenta come, con l’andare del tempo, Liulia si sia espressa con la sua arte attraverso progetti di natura molto diversa. I suoi progetti artistici sono estesi e complessi e richiedono sempre un lungo tempo di preparazione. In questi momenti di incubazione, l’artista viaggia all’estero e cerca stimoli e idee nuove, impara tecniche a lei sconosciute, si confronta con persone di culture diverse e si fa influenzare da pensieri altrui. Questa preparazione l’aiuta a creare le basi per il successivo atto creativo, attraverso una raccolta di conoscenza a 360 gradi. È un preludio cognitivo, ma anche emotivo, all’opera che verrà. Una volta che l’idea comincia a formarsi, l’artista contatta le persone che servono per la realizzazione dell’opera, che possono essere figure di profilo tecnico (per esempio montaggio audio-video oppure illuminazione) o possibili collaboratori creativi come altri artisti, attori o ballerini.

Alla fine, il lavoro di Liulia non è così diverso dal ‘mondo dei progetti’ in azienda. Non serve forse anche in azienda un momento di ispirazione, di raccolta delle idee per creare una visione? Fase a cui seguono la costruzione di una strategia realizzativa e l’implementazione pratica con persone e competenze necessarie a realizzare il progetto? Ma più che il processo iniziale, è la riflessione sul ‘post’ dell’opera che attira la mia attenzione nel lavoro di Liulia. In un’intervista video, l’artista racconta come in primis le capita di sentirsi così svuotata, quando termina un lavoro importante, che per qualche tempo non riesce assolutamente a far niente. Racconta poi come più volte, nell’intensità della creazione, sia finita in ciò che chiamiamo comunemente burnout: uno stato in cui si sente esaurita ogni forza, in cui non vi è più motivazione verso ciò che si sta facendo e, nel peggiore dei casi, si vede tutto nero senza aver speranza che le proprie condizioni migliorino. Invece di condannare questo stato, tuttavia, Liulia lo considera una parte naturale del processo di lavoro. Giunta a quel punto, l’artista si prende la libertà di fermarsi per staccare la spina temporaneamente e riprendersi. Anche quando non finisce totalmente esausta, Liulia racconta della fine del suo ciclo creativo come un momento di grande vuoto. In lei si compone uno strano cocktail emotivo, dove il senso di vuoto si mescola alle emozioni di gioia e orgoglio per un lavoro ben fatto e alla tristezza di dover salutare un’esperienza che è arrivata alla fine. 

Potremmo dire che l’opera, per l’artista, è come un figlio cresciuto: completata la creazione, arriva il momento di lasciare che il bambino vada per la sua strada. Si affaccerà al mondo dove avrà le sue esperienze con le persone che incontrerà e nel caso del mondo dell’arte parliamo di critici, giornalisti, curatori, collezionisti e grande pubblico. L’artista non deve necessariamente fungere da accompagnatore dell’opera. Spesso si salutano e ognuno va per la propria strada. È un processo che richiede l’abilità di dire addio e di supportare il vuoto che il figlio uscito di casa lascia dietro di sé. È di usanza, nella tradizione del teatro finlandese, realizzare un evento chiamato ‘il funerale’ dopo l’ultimo spettacolo. È una specie di incontro dove chi ha lavorato allo spettacolo si ritrova per celebrare la fine dell’esperienza. Farlo insieme, in gruppo, lo rende un rituale potente che aiuta a elaborare e canalizzare le emozioni presenti. 

Mi domando se potremmo forse instaurare una pratica di questo tipo anche per i progetti in azienda. A volte, nel mondo del business, si vedono festeggiamenti per progetti andati particolarmente bene, ma non ho mai sentito di qualcuno che organizzasse un evento semplicemente per elaborare le emozioni connesse alla sua chiusura.
Nel caso in cui iniziassimo a farlo, che tipo di effetti e conseguenze potrebbe generare? 

 

L’opera di Marita Liulia alla mostra Mysterium, Didrichsen Art Museum Helsinki 2019, foto di Anja Puntari

[Articolo presente in “Persone&Conoscenze”, Rivista ESTE, n.140]

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