La mia maschera e io

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Da due mesi a questa parte ogni volta che usciamo di casa indossiamo una mascherina. Questa prassi è diventata quotidiana per tante persone e in quasi la totalità del Globo. Servono o non servono? Impediscono realmente la diffusione del virus? Proteggono dal contagio chi le indossa oppure chi gli sta intorno?

Alla disputa medico scientifica si è poi affiancato lo scandalo delle vendite di mascherine inefficaci e non certificate, nonché le accuse di
corruzione dei dipendenti pubblici che, presi dal panico, le hanno acquistate da fonti non affidabili, a volte addirittura da organizzazioni criminali. Meno, invece, si è parlato di come indossare una mascherina ci influenzi emotivamente: che tipo di comportamenti agiamo quando la portiamo e che effetto ha sulla nostra identità? La relazione che abbiamo con questo oggetto è per la maggior parte di noi inabituale. Nella nostra mente la collochiamo come appartenente al cosmo di studi medici e ospedali e a qualche turista asiatico incontrato in metropolitana. Inoltre, memori della paura di attacchi terroristici, per esempio, in Francia era vietato entrare negli uffici pubblici con il viso coperto, fatto che causava difficoltà ad alcune donne musulmane.

L’arrivo del covid-19 ci ha fatto presto dimenticare questi dibattiti. Oggi è difficile prevedere quanto a lungo durerà questo periodo di anormalità, ma propongo un gioco di pensiero e invito il lettore a immaginare che le mascherine siano arrivate qui per rimanere, almeno per un po’ di tempo.
Forse non le porteranno tutte le persone. E, certamente, non si indosseranno sempre e ovunque, ma al momento è prassi comune utilizzarle sui mezzi pubblici, in metro, quando prendiamo l’aereo o entriamo in luoghi affollati. In tal caso l’utilizzo delle mascherine avrà conseguenze di vario tipo.
In primis condizionerà il nostro comportamento. Che io sia il pescivendolo oppure l’impiegato d’ufficio o il manager in azienda, dovrò riflettere su come riuscire a comunicare in modo efficace quando la indosso. Coprendomi la bocca, viene meno una buona parte della comunicazione
non verbale: ho a disposizione solo gli occhi e la prossemica del corpo. Come posso usarli per rimanere un efficace comunicatore? Come sorridere con gli occhi, trasmettere l’energia agli interlocutori, calibrare la voce? Tutto ciò è difficile con la mascherina.

L’artista norvegese Magnhild Kennedy, in arte Damselfrau

Nelle fotografie dell’artista Magnhild Kennedy vediamo maschere cucite da lei stessa e composte da materiali di ri-uso. L’artista ha dichiarato: “Mi lascio ispirare dalle case delle persone e dagli oggetti con cui si circondano. Quando creo una maschera mi sembra spesso di arredare una specie di spazio che verrà indossato”. Infatti, oltre che incidere sui nostri comportamenti, questa diventa parte della nostra identità. Effettivamente è un capo d’abbigliamento. Ne uso una nera o bianca, colorata o a fiori? Di
tessuto super tecnico, stoffa lavabile o monouso? Ognuna di queste scelte racconta un ‘io’ diverso. La mascherina diventa parte del mio brand e della mia personalità esattamente come il mio trucco, il mio abbigliamento, il mio taglio di capelli. Poi, posso scegliere liberamente la mia mascherina oppure le aziende impongono uno stile da seguire? Essa diventa, infatti, parte della divisa di lavoro, come l’uso di giacca e cravatta in ufficio: non va bene qualsiasi mascherina.
Scegliere, quindi, quale indossare non è un’azione indifferente e influenza anche il nostro sentire. Chiaramente, oltreché comunicare e proteggerci, la mascherina rimane un simbolo evidente e un avvertimento visivo del pericolo del contagio. Finché indosseremo le mascherine ci ricorderemo costantemente che il pericolo di contagio esiste, che l’epoca dell’anormalità non è finita.

E questa prospettiva suscita in noi un ventaglio di emozioni: paura,
irrequietezza, fastidio, ma anche serenità e senso di sicurezza in chi si sente protetto dalla propria mascherina. E tu cosa senti quando ne incontri una per strada?

[Articolo presente in “Persone&Conoscenze”, Rivista ESTE, n.145]

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