I love My iPhone

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Negli ultimi due anni si è costantemente parlato dei robot e dell’intelligenza artificiale. Ci hanno raccontato di come verranno spazzati via milioni di posti di lavoro in un futuro prossimo. Promettono e minacciano la cosiddetta quarta rivoluzione industriale (oppure rivoluzione 4.0), in cui sistemi digitali, fisici e biologici si intrecciano tra loro per rispondere meglio alle sfide della medicina, industria, business e della società contemporanea in generale.

Proprio in questo scenario, nel 2015 il World Economic Forum ha pubblicato lo studio The Future of Jobs, che racconta di un mondo futuro sempre più rivolto a mestieri e professioni che richiedono abilità creative e un’attenzione alle soft skill, mentre le competenze tecniche saranno senz’altro un must ma in sottofondo. Ha davvero così senso parlare di una rivoluzione futura? Io credo che il cambiamento sia già avvenuto e che non si tratti soltanto di una rivoluzione industriale o tecnologica, ma di uno shift culturale, sociale e soprattutto comportamentale che ha cominciato ad incidere tutte le dimensioni della nostra vita.

 

Con l’arrivo della lavatrice nelle case della middle class americana più di 70 anni fa, si pensava di azzerare l’impegno delle casalinghe dell’epoca. Ormai in casa siamo aiutati da comodità contemporanee di vario tipo come lavastoviglie, forno, aspirapolvere, frusta elettrica, estrattore di succo di frutta e di verdura. Tuttavia il lavoro domestico rimane lo stesso un impegno reale. Perché? Perché il mantenimento delle nostre case richiede un livello di abilità nell’uso di macchine create per rendere lo standard di vita più alto, ponendo però richieste nuove, abilitando comportamenti a cui non siamo abituati, offrendo opportunità per generare un risultato sempre migliore. Stessa cosa vale nel lavoro.

 

I robot e l’intelligenza artificiale non sostituiscono il lavoro umano. Diventano un sostegno per farlo in un modo diverso. Tutti i mestieri che indirizzano la creazione di valore che le nuove tecnologie mettono a disposizione resteranno e si moltiplicheranno. Tutti quelli dedicati a competenze soft (la flessibilità cognitiva, la creatività, l’intelligenza emotiva, l’orientamento al cliente e alle re- lazioni interpersonali per elencarne alcune), richieste dal mercato attuale, cresceranno in numero. Tutti i mestieri in cui l’emozione fa della relazione la sua cinghia di trasmissione acquisteranno valore.

 

Il Ritratto di umanoide (iCUB) (2008) – courtesy by ECCENTRIC Art & Research – è un’opera dell’artista Sarah Ciracì, realizzata all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova che riporta il ritratto di iCUB, il primo umanoide italiano. L’artista, insieme con i ricercatori dell’Istituto, ha realizzato un set fotografico e il risultato finale è stato uno scatto che segue i canoni iconografici del ritratto di famiglia ottocentesco. Ciracì è rimasta profondamente colpita dell’empatia che ha maturato durante questo breve periodo di lavoro con il robot e, soprattutto, dalla nostalgia che ha sentito ogni volta che questo veniva spento e riposto dai ricercatori.

 

La riflessione, ancora acerba, è su come ci relazioniamo da un punto di vista emotivo con i nuovi device che ci circondano. Se è poco probabile che un robot proverà amore verso una persona, una persona invece si potrà innamorare di un robot? Detto così suona come una perversione lontana, ma se ci ragioniamo un po’ non è distopico pensare a quanti si siano innamorati della propria auto o della propria moto. La cura con cui queste vengono lavate, pulite e tenute sfocia, a volte, in una dimensione di vera mania. Per non parlare della relazione quasi morbosa che ormai abbiamo instaurato con il nostro cellulare o il computer portatile. Infatti la passione che sentiamo nei confronti degli oggetti tecnologici non è riservata solo a persone attratte da auto e moto. Awumbuk è una parola usata dagli indigeni in Papua Nuova Guinea e serve a indicare quel vuoto che si avverte quando gli ospiti o gli amici o i parenti che ci hanno fatto visita vanno via. E noi figli della nuova era tecnologica, cosa sentiamo quando i nostri smart device si allontanano da noi?

 

[Articolo pubblicato in “Persone&Conoscenze”, Rivista ESTE, n.128]

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su email
Email
Condividi su pocket
Pocket

Iscriviti alla newsletter